di f. cimino BUON COMPLEANNO, PADRE CARO. BUON COMPLEANNO, ANTONIUZZU BELLU, AMICO MIO.( I cento anni di mons Antonio Cantisani)

Buongiorno, Padre, amico e fratello, Vescovo e prete, catanzarese onorario, catanzarese d’onore.
Auguri per i tuoi cento anni dalla nascita e doppiamente auguri, perché li stai festeggiando in cielo, accanto al tuo Dio, di cui ci hai sempre parlato; accanto a Gesù vivo, in carne e ossa, sempre presente su questa terra, dalla quale non è mai andato via in quel Venerdì di Passione che ancora non gli ha consentito di tornare al Padre.
Sarai festeggiato anche dall’amata tua Maria, Vergine e Madre, alla quale sei sempre stato devoto e con la quale, ogni mattina, vivevi la tua Chiesa: la Chiesa che hai voluto come sposa e che, da uomo fedele, hai servito senza mai abbandonarla, neppure nei mesi della tua sofferenza e nei giorni del tuo sereno avvicinarti alla casa del Padre, dove oggi dimori, invocando Gesù fino al tuo ultimo respiro.
Auguri, amico mio, amico di tutti. A tutti rivolgevi le tue premure e per tutti affidavi le tue fatiche, affinché ciascuno, nel popolo di Dio o semplicemente nel popolo di Catanzaro e della Calabria, trovasse la forza e il coraggio per risollevarsi dalle difficoltà e dalle sofferenze, vincere le paure e riscattare la realtà in cui vive dalle contraddizioni e dalle tante, pesanti conseguenze di un ininterrotto e antico modo di governare, che lo costringe a subire una condizione difficile, faticosa e rischiosa.
Quel popolo di fedeli e di cittadini che tu incoraggiavi a prendere coscienza sociale della propria responsabilità verso se stessi, verso la città e verso la Calabria; a maturare una fede ancora più forte, affinché queste lotte fossero dedicate anche a Dio, il tuo e il nostro Dio, che vuole che gli uomini e le donne siano liberi e felici anche qui, su questa terra.
Ma soprattutto li vuole, come conferma la stessa grande legge laica, la Costituzione, consapevoli della propria responsabilità verso il mondo e coscienti che non bisogna mai fermarsi, come ci hai detto tu anche nell’ultimo giorno della tua vita, dinanzi alla verità e alla giustizia, e mai stancarsi di battersi per esse. In particolare, per la libertà: la sostanza umana di cui siamo costituiti per volontà divina, che ci vuole somiglianti al nostro Padre. Egli ci ha creati liberi, ci ha voluti liberi.
Come ci vuole liberi la nostra democrazia, che liberi ci vuole e liberi ci chiede di essere nelle battaglie quotidiane per il suo rafforzamento, per la valorizzazione della libertà, per la difesa della vita umana, ovunque essa si manifesti, e per la tutela della dignità della persona: centro e motore, mezzo e fine del divenire umano e dell’azione politica.
Avrei tanto desiderato che, in questo giorno, oppure in quello della festa di Ognissanti che lo ha preceduto, o ancora in quello di domani, giornata di riflessione che lo seguirà, tu venissi festeggiato dal Comune della tua città e dalla Chiesa nella quale hai prestato il tuo servizio per oltre trent’anni, in questa Arcidiocesi grande e importante.
Una celebrazione civile e religiosa, la più solenne che si potesse organizzare, magari insieme, in maniera unitaria, pur nella bella distinzione dei due momenti: quello civile e quello religioso.
Pensa come sarebbe stato bello (per noi, eh, non per te, che dall’alto di quest’altra cattedra ci guardi con la stessa benevolenza e comprensione di sempre): al mattino, un bellissimo Consiglio comunale aperto a tutte le rappresentanze della società e delle istituzioni; nel pomeriggio e nella serata, le solenni funzioni nella tua Basilica, che tu amavi quanto, e forse più, delle altre chiese di Catanzaro e di Squillace e dove ti piaceva venire con lo stesso, se non maggiore, piacere con cui frequentavi il Duomo, ormai chiuso da tantissimi anni, senza che se ne intraveda ancora il pur lontano giorno della riapertura.
Con i nostri ritardi ingiustificabili gli stiamo arrecando più danni di quelli provocati dal bombardamento che lo aveva distrutto poco prima che finisse l’orribile e stupida Seconda guerra mondiale.
Ecco, sì, parlo della Basilica dell’Immacolata, a te particolarmente cara, come prete-vescovo e come bellissimo catanzarese, perché dedicata alla Madonna, la madre tua e della Chiesa che tanto amavi e veneravi.
Quel mio desiderio non è stato appagato. Forse, in questi giorni, tutti coloro che avrebbero potuto organizzare una simile celebrazione erano impegnati. E, però, sono certo che questo bel giorno ci sarà più avanti. E sarà bellissimo, specialmente in quell’aula del Consiglio comunale, mai dismessa, purtroppo, in questi ultimi vent’anni almeno, quale luogo di risse, offese, insulti, aggressioni, rancori, vendette, minacce, promesse mancate e bugie: tutte «pregevoli virtù», direi quasi virtù costituzionali e cristiane, che hanno totalmente cancellato i problemi che, con serenità e senso della democrazia, si sarebbero dovuti affrontare, discutere e risolvere con maggiore responsabilità.
Risuonerebbe, e risuonerà, l’eco del tuo intervento di ringraziamento nel giorno in cui sei stato insignito della cittadinanza onoraria. Accadeva il 14 luglio del 2001.
Ricordo ancora quel tuo intervento, che non so ancora come meglio definire: discorso politico, rapporto alla città, lezione di politica, pedagogia dell’amore, filosofia della libertà, istruzione per il buon rapporto con le istituzioni, affinché non se ne usi e non se ne abusi, psicologia del potere e ironia sui potenti… Non saprei davvero dire.
Mi piacerebbe, però, che venisse trasmesso in aula nell’occasione che fortemente auspico.
Se fossi io il sindaco, ne farei una sintesi, che raccoglierei in un breve opuscoletto da consegnare ai consiglieri comunali e a me stesso, insieme alla Costituzione, da tenere sempre sul banco del Consiglio. In maniera che, a ogni riunione, tutti tengano i nervi in tasca, la lingua al suo posto, il cuore ben sano nel petto e la mente libera da ogni ingombro negativo, pronta ad aprirsi ai migliori pensieri e, da questi, ai migliori interventi.
Avendo chiaramente e fermamente quale punto fermo dell’azione politica di ciascuno l’interesse esclusivo della città e, in esso, il bene di tutti i catanzaresi e, attraverso di essi, il bene di tutti i calabresi. Perché, come hai detto tu anche in quel discorso, una città capoluogo, bella, forte, politicamente unita e culturalmente avanzata è ciò di cui la Calabria ha bisogno per poter riprendere, anzi, per poter finalmente intraprendere, il cammino del progresso e della democrazia.
Io personalmente colgo l’occasione per ringraziarti ancora una volta dei tre doni che mi hai fatto, oltre ai tanti altri che qui non menziono.
Di questi tre voglio soltanto richiamare alla memoria alcuni momenti.
La prima volta, quando la delusione e l’amarezza per una politica che mi appariva sempre più lontana dai miei ideali si facevano profonde; quella politica che, via via, si indeboliva e si mostrava davvero ostile alla mia sensibilità, opposta alle mie idealità e al senso morale dell’impegno politico che ho appreso dai grandi maestri della politica, ai quali mi sono avvicinato studiandoli, e da te stesso, quando mi parlavi dell’etica, che non deve mai essere disgiunta dalla politica.
La seconda volta, quando sei venuto a casa mia ad accarezzare la bellezza più bella che io abbia mai incontrato e della quale hai raccolto la sofferenza più grande: quella di doversi separare dai suoi beni più grandi e anche più teneri.
E, infine, l’ultima volta, quando hai ricevuto me, Luigi e Sebastian nella tua stanza, quella stanza che, ancora per poche ore, ti separava dall’immensità del cielo.
Quelle parole non solo non le ho mai dimenticate e non le dimenticherò mai, ma ti assicuro che sono ancora le tracce che percorro nella mia attività di operatore della politica, di attivista dei diritti umani, di docente, di cittadino e di padre. Anche se questo ruolo lo sento sempre più carico di responsabilità e come quello maggiormente esposto agli sbagli per amore.
Le tue parole le ripeto, perché, dicendole a noi, le rivolgevi a tutti, in particolare ai giovani:
«Non stancatevi mai di lottare, per la carità, la libertà, la verità».
Buon compleanno, Padre caro.
Buon compleanno, Antoniuzzu Bellu, amico mio.
Franco Cimino

































