CARO SINDACO, PER I CENTO ANNI DELL’INDIMENTICABILE MONSIGNOR ANTONIO CANTISANI, CITTADINO ONORARIO E CATANZARESE VERO, INTITOLIAMOGLI LA SUA VIA
Caro Nicola, egregio Sindaco,

il prossimo 2 novembre, come certamente saprai, ricorreranno i cento anni dalla nascita di monsignor Antonio Cantisani, il prete bellissimo che fu vescovo, arcivescovo e arcivescovo metropolita della diocesi di Catanzaro-Squillace fino al 2003. Dal settembre del 1980 al 31 gennaio del 2003 fu il nostro vescovo.
È stato un grande vescovo, che non ha mai perduto la passione del prete. Quella passione che riemergeva ogni giorno quando, lasciati la cattedra e il seggio episcopale,quotidianamente e poi per sempre, si metteva in cammino per la gente e per le vie della nostra città, incontrava le persone e tornava a farsi prete nella quotidianità. Lo diventava attraverso la sua parola, con quell’oratoria forte e vibrante, con quella passione che metteva nelle prediche e nelle omelie, nelle quali sapeva raccogliere l’animo delle persone, perché profondamente radicato in lui era il sentimento della sua gente.
Un vescovo bello e forte, nonostante il corpo minuto che, con il passare degli anni, si faceva sempre più sottile, sempre più piccolo. Eppure, proprio mentre il corpo sembrava rimpicciolirsi, lui diventava sempre più grande, più alto, più forte, più potente. A renderlo tale era la sua fede, continuamente rinnovata dalla certezza della presenza del suo Dio, mai rimproverato, mai messo in dubbio.
Lo dimostrò anche quel giorno, nella Basilica dell’Immacolata, durante i funerali delle vittime della tragedia delle Giare, a Soverato, in seguito a quella terribile alluvione. Un dramma che ancora ci richiama alle nostre responsabilità: quelle dei governanti, delle istituzioni e di tutti noi cittadini, che non abbiamo saputo vigilare abbastanza, custodire i fiumi e i loro argini, rispettare i corsi d’acqua e preservare i luoghi in cui le loro acque dovrebbero poter raggiungere dolcemente il mare.
Quel prete, vescovo quasi da sempre, giganteggiava per la sua cultura, per la sua dottrina, anche profondamente teologica, per gli studi che non smise mai di coltivare. Spaziava in tutti i campi della conoscenza: dalla storia antica al greco, dalla letteratura moderna al latino, dalla filosofia alla sociologia, fino alla politica.
Alla politica guardava con senso critico e intelligenza, qualità che gli permettevano di leggere la realtà e di individuarne le responsabilità.
Una responsabilità che, come egli stesso affermava, si muove nel vasto campo della politica, quella con la P maiuscola: una politica nella quale cittadini ed eletti devono operare insieme, con pari dignità, senza che i primi siano ridotti a semplici lettori delle decisioni altrui e i secondi a uomini e donne di potere. La democrazia si compie proprio nell’incontro fra questi due soggetti, nella partecipazione e nella decisione, attraverso le quali si affrontano i problemi reali della comunità.
Per oltre quarant’anni monsignor Cantisani è stato parte della vita della nostra città. Una città che ha amato come pochi altri, siano essi nati a Catanzaro oppure diventati catanzaresi per amore e per il servizio reso alla comunità.
Il suo è stato un amore sconfinato, il suo un servizio straordinario.
È stato sempre accanto alla città che soffre, ai sofferenti, agli umili, ai poveri, ai diseredati. È stato vicino alla gente senza potere, a quella che dal potere veniva dimenticata o sfruttata.
Ha amato Catanzaro perché, come pochi nella storia della città, ne conosceva profondamente l’identità e la storia vera: una storia rimasta a lungo sconosciuta e che soltanto pochi avevano avuto modo di approfondire. Egli ha contribuito a farla conoscere e a diffonderla attraverso i suoi straordinari volumi sulla storia della Chiesa catanzarese e sui vescovi che, fin dalle origini, si sono succeduti nella nostra città.
Ha saputo raccontare noi stessi attraverso la storia della sua Chiesa, della Chiesa locale. Quella Chiesa che, come ci ricordano le sue stesse parole, è stata fino alla fine la sua sposa.
E quale amore ha saputo donare a questa sposa! Un amore fedele, senza fine.
Per questo suo amore verso Catanzaro, per il servizio non soltanto religioso, ma anche civile e culturale reso alla nostra città, nel luglio del 2001 gli fu conferita la cittadinanza onoraria.
Mi permetto di dire che raramente un’onorificenza del genere è stata assegnata a una persona che sapesse meritarla così pienamente e che ne fosse degna per tutta la vita. Cantisani lo è stato, fino all’ultimo giorno. E ha saputo ringraziare la città per quel riconoscimento nel modo più autentico: facendosi, fino in fondo, cittadino catanzarese.
Decise infatti di restare a vivere nella nostra città anche dopo aver lasciato il governo della diocesi, senza mai distaccarsene, continuando a viverla pienamente per tutto il tempo che gli fu concesso. E, per fortuna, non fu un tempo breve: abbastanza lungo da permettergli di restare parte viva della nostra bellissima Catanzaro.
I preti e i vescovi, diceva e dimostrava con il suo esempio, non vanno mai in pensione. Si fanno, semmai, ancora più piccoli, più umili, e si mettono con maggiore disponibilità al servizio della propria Chiesa, rispettando le disposizioni del vescovo in carica.
Non smise mai di fare il vescovo, né di essere prete. Continuò a girare per i paesi, a celebrare la Messa, a parlare nelle chiese, anche nelle più piccole, nei centri più lontani. Lo faceva, però, soltanto quando il vescovo lo mandava, perché, come amava ricordare, al vescovo si ubbidisce.
Visse fino alla fine dei suoi giorni nel bellissimo palazzo vescovile. Quando la salute glielo consentiva, usciva per una piccola passeggiata lungo le vie della nostra città. Camminava con lo sguardo sempre rivolto alle persone e persino alle facciate dei palazzi, con la curiosità di un bambino che scopre il mondo. E percorreva, ancora una volta, la stessa strada: quella dell’Arcivescovado.
Caro Nicola, egregio Sindaco, non voglio andare oltre ciò che il cuore mi ha dettato mentre scrivevo queste righe. Anche perché so che tu, per i sentimenti personali e familiari che ti legano a lui, potresti raccontare questo grande vescovo persino meglio di me.
Mi permetto, tuttavia, di chiederti che, in occasione del centenario della sua nascita, la città sappia onorarlo nel modo più degno. Penso a iniziative commemorative non soltanto religiose, ma anche civili, e magari a un Consiglio comunale aperto alla partecipazione di tutte quelle personalità e di tutti quei cittadini che lo hanno conosciuto, amato e che desiderano rendergli ancora omaggio.
E, in questa occasione così significativa, in questo straordinario compleanno che unisce la terra e il cielo, ti chiedo di intitolare a lui proprio la via di cui ti ho appena parlato.
Quella via porta già un nome bello, al quale tutti siamo legati: via del Vescovato.
Non occorre cancellarlo, né sostituirlo. Basterebbe affiancargli, magari con una dicitura aggiuntiva, anche in caratteri più piccoli o tra parentesi, il nome di monsignor Antonio Cantisani, cittadino onorario di Catanzaro, vescovo illuminato.
Sono certo che accoglierai questa mia proposta, che credo sarà gradita anche alla Chiesa catanzarese e al suo vescovo.
Ma, soprattutto, sono convinto che i catanzaresi te ne saranno grati.
Per due ragioni.
La prima è che questo riconoscimento renderebbe ancora onore a una delle figure più significative della storia recente della nostra città.
La seconda è che dimostrerebbe, ancora una volta, che Catanzaro sa dire grazie a chi l’ha amata e servita.
Dimostrerebbe che Catanzaro non dimentica il bene ricevuto, che sa riconoscere il bello, il buono e il giusto e che sa custodire la memoria di chi, con la propria vita, ha contribuito a renderla migliore.
Perché una città non è fatta soltanto delle sue strade, dei suoi palazzi e delle sue piazze. È fatta anche delle persone che l’hanno amata, che l’hanno servita e che le hanno lasciato qualcosa di buono da custodire.
E monsignor Antonio Cantisani, per Catanzaro, è stato tutto questo.
Con stima e affetto,
Franco Cimino

































