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A PROPOSITO DEL RINVIO A GIUDIZIO DELLA FAMIGLIA DI IMPRENDITORI CATANZARESI...

05/02/2026 15:30

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NOTIZIE, Cronaca,

A PROPOSITO DEL RINVIO A GIUDIZIO DELLA FAMIGLIA DI IMPRENDITORI CATANZARESI...

Il rinvio a giudizio della famiglia Giglio a Catanzaro non è solo l’ennesimo capitolo di una cronaca giudiziaria locale, è lo specchio di una patologi

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Il rinvio a giudizio della famiglia Giglio a Catanzaro non è solo l’ennesimo capitolo di una cronaca giudiziaria locale, è lo specchio di una patologia sociale che troppo spesso infetta il mondo dell’imprenditoria: l’idea che il diritto di fare impresa possa trasformarsi nel "diritto" di sopraffare, intimidire e annientare l'altro.

Siamo abituati a pensare allo stalking come a una dinamica malata tra ex partner. Ma i fatti contestati in questa vicenda ci sbattono in faccia una realtà diversa: lo stalking economico. Qui la persecuzione non nasce da un amore malato, ma da un senso del possesso e del potere che non ammette repliche.

Quando per rispondere a un’istanza di fallimento - uno strumento previsto dalla legge per regolare le crisi d’impresa - si ricorre a minacce come "ti brucio vivo" o "ti faccio sparare", il confine tra imprenditore e criminale si dissolve. La violenza diventa, nelle menti degli accusati, un’estensione illegittima della gestione aziendale.

L'aspetto più inquietante che emerge dalle indagini non è solo l'aggressione fisica, ma il tentativo di operare una "tabula rasa" professionale attorno alla vittima. Avvertire i potenziali datori di lavoro con frasi del tipo "te la faremo pagare" se lo assumerete, significa tentare di infliggere una condanna a morte civile prima ancora che fisica.

È una forma di bullismo imprenditoriale che mira a isolare il "nemico", privandolo dei mezzi di sussistenza. Non è solo un attacco alla persona, è un attacco alla libertà del mercato e alla dignità del lavoro.

C'è poi un elemento sociologico pesante: il coinvolgimento dell'intero nucleo familiare. Padre, madre e figlio uniti non per difendere l'azienda nel merito delle carte bollate, ma per fare "muro" attraverso la prevaricazione. Questo schema rivela una distorsione del concetto di famiglia imprenditoriale, intesa non più come valore aggiunto di dedizione e continuità, ma come piccola falange di pressione che si sente al di sopra delle regole dello Stato.

Casi come questo ci ricordano che la legalità non è un optional burocratico, ma l'ossigeno del commercio. Se passa il principio che chiunque chieda giustizia o faccia valere i propri diritti creditori debba temere per la propria incolumità, il sistema economico crolla.

Il processo che inizierà a Catanzaro dovrà accertare le responsabilità individuali, ma la società civile ha già un compito: smettere di derubricare questi episodi a "questioni private tra commercianti". La violenza e la persecuzione non sono mai strumenti di business. Sono solo barbarie.