Da CCM n.ro 56

COSMOGONIE DI UMBERTO FALVO

 

Come un attore che sul palcoscenico si trasforma per diventare un istrione, Umberto Falvo diventa "altro" quando l'ansia creativa lo assale. Compito, elegante, rigorosamente dentro gli schemi nella sua vita normale. Geniale, dissacrante, controcorrente, quasi psichedelico nella sua vita artistica. Si assiste, in Falvo, uno stacco netto tra le sue due personalità. È come se il suo cervello e la sua anima davanti alla tela o alla tavola di legno si liberassero dai formalismi di cui si è prigionieri nella società dell'apparire. L'arte come segno di libertà, l'arte come forza inarrestabile capace di rompere le gabbie culturali e sociali, l'arte come ribellione. E non è un caso che Falvo - dopo un lungo percorso che lo ha portato, di volta in volta, ad essere ritrattista, scenografo, paesaggista - sia approdato stabilmente alla pittura informale che rappresenta il movimento forse più rivoluzionario nella storia dell'arte dello scorso secolo.

Falvo dipinge d'istinto, guidato dalle emozioni, senza avere un progetto preordinato. Tela o tavola di legno diventano il "palcoscenico" dove l'istrione libera la fantasia, lascia spazio ai colori e ai materiali in maniera non riconoscibile. È il gesto stesso della pittura a diventare arte, quasi una performance che si fonde con l'opera finale. Forse non farà come Pollock che ballava a piedi nudi su una tela, ma io immagino Falvo nel suo piccolo studio di Catanzaro trasfigurarsi nell'atto della creazione artistica, assolutamente incurante dei giudizi della critica (anche se non disdegna di ricevere premi e riconoscimenti, qua e la per l'Italia, e perfino all'estero). L'esplorazione artistica di Umberto si rivolge essenzialmente verso due spazi: quello cosmico, legato alle origini della vita, e quello interiore, in cui la ricerca si sofferma sulla psiche e sull'inconscio. L'irriconoscibilità delle forme, tratto essenziale della pittura informale, consente allo spettatore un'assoluta libertà di lettura delle opere. Non troverete mai due persone che, davanti ai quadri di Falvo, traccino lo stesso giudizio o la stessa chiave di lettura. Merito della geniale distribuzione dei colori, degli spazi e dei segni che formano un "insieme" allo stesso tempo affascinante e angosciante. L'opera di Falvo è interattiva, ha bisogno di interagire con lo spettatore, non ha una sua autonomia assoluta. Non è una "finestra" sulla realtà che lascia un ruolo passivo a chi la guarda. E' una scossa, un fremito, che può anche atterrire, ma che sicuramente non lascia indifferenti.

 

Diventa essenziale, dunque, che questa opera venga letta collettivamente. La bella mostra che Falvo realizza nella sua città risponde a questa esigenza. E visto che abbiamo parlato di coincidenze, meglio sarebbe dire di sincronismi, è fortemente simbolico il fatto che l'evento si svolga nell'anno rotelliano, il centenario della nascita del grande Mimmo Rotella, di cui Umberto è stato amico ed estimatore. Non è possibile, ovviamente, azzardare paragoni che potrebbero risultare irriverenti, stante la dimensione planetaria di Rotella. Ma io penso che un pizzico della follia creativa del genio della pop art si rinvenga anche nell'opera visionaria di Falvo. (Sergio Dragone)