LA GUERRA DI GIANNA

Ho sempre sostenuto che la storia si possa raccontare in tanti modi. Un modo diverso è quello di raccogliere le testimonianze dirette di chi ha vissuto, realmente, quegli avvenimenti. Storie che, per troppo tempo, si è voluto dimenticare quasi si avesse il timore di non essere creduti per quello che si era visto e vissuto, per cui, spesso, si preferiva tacere. Se la prima guerra mondiale era stata vissuta come una guerra lontana fatta dai soli soldati che sacrificavano le loro giovani vite sulle trincee del Carso, diversi furono gli anni di guerra del secondo conflitto mondiale quando ad essere coinvolto nella guerra fu tutto il territorio nazionale. Quella che segue, è la storia che mi ha voluto raccontare un signora che mi chiamò da Milano. Disse di chiamarsi Giovanna e di aver letto un mio libro in cui ricordavo la morte di due suoi fratellini e con voce commossa, mi chiese di ascoltare la sua storia, vissuta da bambina, nella nostra città, quell’infelice venerdì del 27 agosto del 1943. Naturalmente le dissi che ne avrei avuto immenso piacere, e così cominciò il racconto. "Ero una bambina di 9 anni e vivevo a Catanzaro, con la mia famiglia composta da mio padre Leonardo, Sergente Maggiore del 207° Reggimento Taro di stanza presso la Caserma Pepe, mia madre Giuseppina, casalinga e i miei fratelli: Lidia di 12 anni, Guglielmo di 11, Maria di 8, Anna di 6, Salvatore di 3 ed Edoardo, il più piccolo di soli 60 giorni. Era il mese di agosto del 1943, e mio padre, diceva che gli alleati, dopo lo sbarco in Sicilia, avrebbero, ben presto, attraversato lo Stretto per risalire la Penisola, per cui si stavano approntando sistemi di difesa lungo le coste. Che la guerra si stesse avvicinando lo si capiva dalle incursioni aeree alleate che diventavano sempre più frequenti, ma ci si abituava anche al sinistro suono delle sirene e la vita sembrava scorrere con apparente normalità. Giorno 19, era stata bombardata la stazione ferroviaria di Sala ed il 22, il nodo ferroviario di Catanzaro Marina, c’erano stati numerosi morti. Il 27, in pochi attimi si scatenò l’inferno, la città subì un violento bombardamento. Quel giorno era giorno di paga per i tanti funzionari statali che dovevano recarsi, come ogni fine mese, presso la Banca d’Italia per riscuotere lo stipendio e il centro storico riprendeva a ripopolarsi. Mancava poco alle 10 di mattina, le sirene avevano suonato a lungo e all’inizio si pensò al solito falso allarme. Ricordo che quel giorno, i miei fratelli più grandi si trovavano a scuola, mentre io, mia sorella Lidia e mio fratello Salvatore eravamo rimasti a casa per accudire il piccolo Edoardo di pochi giorni. Nostro padre era di servizio presso la Caserma Pepe e la mamma, come ogni mattina, era uscita per la spesa, nella speranza di trovare qualcosa da comprare. In un attimo fu l’inferno, non avevamo mai sentito così vicino il rombo degli aerei. Un violento scoppio colpì il palazzo dove vivevamo e lo spostamento d’aria ci sollevò, per poi farci ricadere a terra, insieme a tutta la casa che ci era crollata addosso. Dopo non ricordo più nulla e soprattutto non vedo più. Percepisco solo rumori e grida disperate di persone che chiedono aiuto, non avevo idea di dove fossi finita e allo stesso tempo che fine avesse fatto il piccolo Edoardo che, al momento dello scoppio, tenevo in braccio. Ho difficoltà a respirare per il gran polverone che si era creato e per l’odore acre che aveva lasciato lo scoppio. Avverto il calore del sangue che mi scende dal volto e un forte dolore al braccio e alla gamba, non riesco a muovermi, sento un forte ronzio alle orecchie. La percezione era quella di essere finita sotto un grande cumulo di macerie. E da sotto quel cumulo, ho iniziato a sentire la disperazione di mia madre, accorsa immediatamente, chiedeva aiuto e continuava a ripetere, come fosse un appello, i nostri nomi. Purtroppo nessun lamento e segno di vita veniva percepito. Non fu necessario che mio padre fosse informato dell’accaduto, dalle finestre della vicina Caserma, erano visibili le case intorno alla Chiesa di San Giovanni e quell’immensa nuvola di polvere giallastra che si era alzata gli fece presagire che qualcosa di molto grave era avvenuto. Così radunò un gruppo di militari e raggiunse quello che rimaneva della nostra casa. Giunti sul posto, lo spettacolo che si presentò davanti ai loro occhi fu solo quello di macerie e gente disperata, come mia madre che continuava a piangere e chiamare i suoi figli. Durante le ricerche, percepisco la voce di mio padre che dava indicazioni ai soccorritori, ad un certo punto, mi sento sollevata da mani robuste e adagiata a terra, ai bordi della strada. Ero tutta dolorante, non riuscivo a muovermi, intorno a me era tutto buio, non riuscivo a percepire la luce del giorno. Nel frattempo continuava la ricerca dei miei fratelli e il primo ad essere trovato fu Salvatore, che dava ancora segni di vita ma, purtroppo, spirò tra le braccia di mia madre. Tra urla di dolore ed imprecazioni, mio padre trovò anche Edoardo, miracolosamente senza graffi, ma subito dopo fece la straziante scoperta di mia sorella Lidia il cui corpicino era stato, orribilmente, mutilato delle gambe. Il mio viso era sfigurato, una scheggia era penetrata nel ginocchio sinistro, il braccio destro era fratturato ed era quest’ultima ferita che mi procurava il dolore più acuto ma per fortuna giacevo in uno stato di torpore assoluto. Confusamente sento il pianto disperato di mia madre e la voce autoritaria di mio padre che ordina ad uno dei suoi soldati di condurmi all’Ospedale Militare, lì ci arrivai in braccio a quel soldato. Da quel momento, in ospedale, i miei ricordi diventano confusi, di certo persi conoscenza e seppi nei mesi successivi, dai racconti dei miei genitori, quello che stavo vivendo. Quando mio padre giunse in ospedale gli comunicarono che ero morta per le gravi ferite riportate e condotta nell’obitorio. Mi raggiunse per darmi un ultimo saluto e avvicinandosi al mio volto irriconoscibile per le ferite ricoperte di sangue misto a polvere, avvertì un flebile respiro che usciva dalle mie labbra: ero ancora viva! Uscì velocemente dalla stanza alla ricerca di un medico per chiedere aiuto e spiegazioni di un simile errore. La giustificazione fu che ormai non c’era più niente da fare per salvarmi e che, in quei tragici contesti di guerra, era prassi consolidata di assistere coloro che avevano qualche probabilità di sopravvivenza. Questo atteggiamento irritò ancora di più mio padre che, furibondo, costrinse il medico a prestarmi soccorso. Il giorno dopo, alla stessa ora, ci fu un altro bombardamento della città. Ad essere colpita questa volta la parte nord dell’abitato e le bombe caddero anche nei pressi dell’Ospedale Militare. Al termine del bombardamento fui trasferita, per la gravità delle ferite riportate, all’Ospedale Civile di via Acri, dove ebbi ulteriori cure e mi furono saturate le profonde ferite. Ebbi la visita di mia madre che mi mise a conoscenza della morte di Lidia e di Rinuccio, come veniva chiamato mio fratello Salvatore. Fui contenta per Edoardo che si era salvato. Le attenzioni di mia madre erano tante, anche se i suoi silenzi a volte erano interrotti da lunghi singhiozzi di pianto per la perdita dei miei fratelli. Lei continuava a farmi bere e mangiare con un cucchiaino, avevo, infatti, delle difficoltà a deglutire per i tanti punti di sutura che partivano dalla fronte ed arrivavano fino alle labbra. Ma non potevo rendermene conto perché il buio era sceso sui miei occhi. La mattina successiva, senza alcun preavviso e senza aver potuto avvertire mia madre, fui trasferita insieme a tutti i ricoverati, il personale medico e le strutture sanitarie, nel paese di Petronà, dove trovammo sistemazione nei locali della Scuola Media. Il trasferimento fu fatto, con grande senso di umanità, ad opera dei soldati tedeschi di stanza in città che, con una lunga colonna di camion militari, tra tante difficoltà ed i continui mitragliamenti degli aerei alleati, portano a termine il difficile e travagliato sgombero. Le condizioni sanitarie di Petronà erano pessime. Mancava di tutto, anche l’acqua da bere doveva essere prelevata da un vicino torrente, il materiale sanitario scarseggiava e quel poco che arrivava proveniva dalla Sanità militare, le stesse bende venivano utilizzate più volte, tramite bollitura. Mancavano i letti per cui si decise di sistemare, per ogni singolo letto, due degenti. Io ero stata sistemata in un letto insieme ad una signora anziana, il tutto era molto scomodo e durante la notte venivo presa a calci dalla signora che non trovava pace in quel letto. Una notte non sentii più quei colpi, non mi rendevo conto di quello che era successo perché ancora non riuscivo a vedere, ma, finalmente, riuscii a prendere sonno. La mattinata successiva, un’infermiera si accorse che la signora era morta, quella notte avevo dormito con un cadavere, per spirito di sopravvivenza, conquistai il letto tutto per me. Ogni giorno venivo medicata, le ferite erano disinfettate con benzina e ciò mi produceva un gran dolore. Rimanevo sempre nel mio silenzio, non avevo più notizie dei miei familiari e immaginavo l’angoscia dei miei genitori che non sapevano dove fossi finita. Mi nascondevo sotto le lenzuola per piangere, invocando Santa Lucia, la protettrice della vista, parlavo con la Santa, la chiamavo, supplicandola di farmi riavere la vista, ma i giorni passavano, tutti eguali e bui. Un giorno, sento una presenza accanto al mio letto, era la voce di un ragazzino, probabilmente mio coetaneo o di qualche anno più grande di me, mi chiede se ero io quella che tutte le mattine sentiva urlare, gli rispondo di sì, così si presentò “mi chiamo Angelo”, iniziò così la nostra amicizia. Angelo veniva a trovarmi tutti i giorni e si prendeva cura di me, quando alcune volte rimanevo senza cibo perché mi veniva rubato dagli altri degenti, mi portava qualcosa da mangiare, un frutto, un po’di pane, un biscotto. Angelo era diventato il mio angelo custode, i giorni passavano e anche se avevo trovato un amico, sentivo la mancanza dei miei genitori, non vedendoli pensavo di essere stata abbandonata, ma speravo che tutto quello che stavo vivendo fosse solo un brutto sogno. Una mattina, scoprendo il lenzuolo, vidi per la prima volta e con grande stupore la stanza avvolta in una enorme nuvola bianca, questa nuvola lentamente scompariva lasciando spazio agli arredi e alle persone presenti, “ci vedo, ci vedo” urlai anche se nelle pupille degli occhi c’erano delle macchie bianche che, poi col tempo, sparirono. Quella guarigione miracolosa ebbe, anche, i suoi effetti negativi, in quanto, avendo recuperato la vista, non avevo più diritto ad un posto letto, di conseguenza, durante il giorno, dovevo sostare in corridoio, seduta su una sedia, nonostante il braccio fratturato ed aspettare che si liberasse qualche letto per riposare nelle ore notturne. In quei momenti, avvertivo quanto mi pesasse l’assenza di mia madre. Solo il mio amico Angelo mi teneva compagnia e mi invitava ad avere fiducia. Un giorno, un medico mi chiese se fossi io la figlia del sergente Principe, gli rispondo di sì e lui mi rincuora dicendomi di conoscere mio padre, di averlo incontrato a Catanzaro e avendo saputo del trasferimento a Petronà, lo aveva assicurato che sarebbe venuto a prendermi, non appena avesse trovato un mezzo di trasporto. Comunico ad Angelo la bella notizia, tornerò a casa, promettendogli che potrà venire via con me. I giorni passavano monotoni, faceva ancora caldo, mancava l’acqua per lavarsi, ero diventata uno scheletro, ero stata rasata a zero come tutti i ricoverati, per via dei parassiti che, in quella promiscuità, trovavano terreno fertile. Indossavo da settimane lo stesso camice ormai lurido, ma quello che mi ha impressionato di più fu quando trovai uno specchio e riuscii, finalmente, a vedere come ero ridotta. Un pomeriggio, sento, provenire dal corridoio, dei rumori di passi, mi alzo con le poche forze che mi erano rimaste e vedo delle figure maschili, tra le quali riconosco subito mio padre, che quando si avvicina, stenta a riconoscermi per come ero ridotta. Lo chiamo, lui rimane un po’ perplesso, ma un attimo dopo mi sono trovata tra le sue braccia. Mi tolse quel camice ormai lurido, facendomi indossare una camicia da uomo e ci avviammo verso l’uscita per tornare a Catanzaro. La gioia per aver rivisto mio padre mi aveva fatto dimenticare Angelo, cui avevo promesso di farlo venire con me. Prendiamo posto su un piccolo e sgangherato furgoncino, con cui il proprietario, faceva la spola tra Petronà e Catanzaro, portando sacchi di viveri che andavano ad alimentare la borsa nera e compaesani che avevano necessità di raggiungere il capoluogo. Arrivammo a Catanzaro a notte fonda, era tutto buio, mancava l’energia elettrica e c’era il coprifuoco. Appena scesi, svenni per la debolezza e la stanchezza del viaggio, mio padre mi prese in braccio e mi condusse verso una nuova casa, un piccolo appartamento del rione Pianicello. In quella casa, ad attendermi, mia madre ed i miei fratelli, che, nel vedermi in quelle condizioni, stentarono anche loro a riconoscermi. Dopo qualche settimana, capii anche, che mia mamma non gradiva quella nuova sistemazione, perchè l’appartamento era adiacente ad una nota “casa chiusa”, la cui tenutaria, tale donna Peppina, era molto conosciuta in città. Non mancarono, infatti, in quel periodo, spiacevoli incidenti dovuti alla promiscuità delle due case. Frattanto, in città, riprendeva la vita di tutti giorni, tra mille difficoltà e ci si doveva abituare a tutto. Riprese anche l’attività scolastica negli istituti scolastici scampati alle bombe, con classi miste che accoglievano più fasce d’età. Ero molto inquieta, mi vedevo sfigurata nel viso e avevo una certa paura ad affrontare gli sguardi dei miei compagni di classe, ma cercavo di farmi coraggio per fare contenta mia madre che, con tanto amore, cercava di farmi riprendere una vita normale. All’uscita di scuola correvo più forte che potevo per tornare a casa ed evitare gli sguardi della gente. Passarono gli anni, si avvicinava il periodo di affrontare le scuole medie superiori, ero già una signorina, ma con il volto sfigurato e sapendo di dover affrontare quel bel periodo dell’adolescenza, abbandonai gli studi, avendo paura di non essere accettata dai nuovi compagni". Finisce qui la testimonianza di Gianna, la guerra vista con gli occhi e la sensibilità di una bambina di soli 9 anni. La sua vita riprese, con diversa fiducia e speranza, a Genova dove il padre si era, nel frattempo, trasferito per lavoro. Il suo grande rammarico è quello di non avere avuto più notizie di Angelo, quel ragazzo conosciuto a Petronà, che l’aveva assistita quando tutto il mondo sembrava averla abbandonata. Il 10 settembre 1943, una settimana dopo lo sbarco a Reggio Calabria, gli alleati giunsero a Catanzaro, ad entrare per primi furono i reparti canadesi del Colonnello Holmstrong. La guerra, per Catanzaro, era terminata, continuava con maggiore violenza, nel resto della nazione e sarebbe durata per altri due lunghi anni. Voglio terminare questa storia, ricordando, a distanza di 75 anni, i nominativi (colonna a fianco) dei tanti bambini morti durante i bombardamenti alleati su Catanzaro dell’agosto 1943; vuole essere un piccolo e doveroso omaggio alla loro memoria, piccoli angeli volati in cielo per la violenza di una guerra tanto inutile, quanto non voluta dalla popolazione. Spesso alcuni cognomi si ripetono, trattasi di fratellini i cui resti, in alcuni casi sono stati raccolti, dai soccorritori, nell’ultimo abbraccio della morte. Complessivamente, le vittime dei bombardamenti su Catanzaro furono circa 500, tra civili e militari. Per il grande contributo di vite umane, l’Associazione Culturale Calabria in Armi, per il tramite del Sindaco Sergio Abramo, ha ufficializzato al Ministero degli Interni, la richiesta della concessione della Medaglia d’Oro al Valor Civile per la città di Catanzaro.